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La Geometria del Dieci Per Cento

Accade una cosa strana.

C’è un uomo che, nel mondo di sotto — chiamiamolo il mondo dei vivi, quello delle bollette, dei supermercati e delle scelte da fare — è un uomo lento. Un uomo che esita. Uno che davanti a un bivio si ferma a guardare le scarpe, aspettando che il destino decida per lui. Un uomo che ha il dubbio come compagno di viaggio.
Poi, quell’uomo indossa un casco.
Chiude la visiera e, d’un tratto, il mondo si sintonizza su una frequenza diversa.
In sella, quell’uomo non è più lo stesso. Diventa un architetto di linee invisibili. Vede traiettorie dove gli altri vedono solo asfalto grigio. Vede possibilità. Vede il futuro duecento metri più avanti, lo disegna, lo occupa, lo lascia dietro le spalle in un lampo. Lì, in quel perimetro di percorrenza e benzina, la velocità decisionale è un lampo. È una sicurezza — presunta, certo, ma pur sempre una sicurezza — che non ammette repliche.
Perché la strada ha una sua onestà brutale: se sbagli, non perdona. E forse è proprio per questo che lì, e solo lì, quell’uomo è un dio lucido e veloce.

Il Valzer del Muraglione
Ieri, scendendo dal Passo del Muraglione, è successo un fatto.
C’era un altro motociclista. Uno che spingeva. Uno di quelli che hanno fretta di arrivare da nessuna parte. In un tratto di rettilineo mi ha preso, mi ha puntato, mi ha superato con quella rabbia di chi vuole divorare lo spazio.
Poi, sono arrivate le curve.
Lo guardavo. Ero a pochi metri, calmo. Lo vedevo lottare con la fisica. Ha rischiato di cadere una, due volte: higside, accelerava in modo brutale troppo presto. Danzava sull’orlo di un abisso fatto di ghiaia e cordoli, sicuro di essere veloce, mentre in realtà stava solo rischiando mentre mi rallentava. Io avevo tutto sotto controllo. Avevo margine. Vedevo i suoi errori prima ancora che lui li commettesse. Vedevo il suo rischio inutile.
E mentre lo guardavo, ho capito.
Ho capito che io, nella vita di tutti i giorni, sono esattamente come lui in sella.
Nella vita quotidiana io sono quello che “spinge” nei rettilinei dell’ansia, ma che rischia di cadere a ogni curva della realtà. Sono quello che ha poco margine. Sono quello che inciampa nei dubbi mentre penso di essere veloce.
E lui? Magari lui, una volta sceso dalla moto, è un genio della concretezza. Magari è un uomo che decide in un secondo cosa fare del proprio destino, mentre io sto ancora lì a chiedermi quale camicia indossare al lunedì.
Il Desiderio
Basterebbe poco.
Basterebbe riuscire a travasare un po’ di quel nettare che beviamo in cima ai passi dentro i bicchieri scheggiati della nostra quotidianità.
Non serve tutto. Non serve l’audacia da piega estrema per fare delle scelte audaci, per prendere posizione o per dire un “ti amo” senza indugiare.
Basterebbe il dieci per cento.
Prendere il dieci per cento di quella determinazione, di quella forza, di quella capacità di leggere la traiettoria giusta tra mille sbagliate, e portarsela dietro, in tasca, tra le chiavi di casa e il portafoglio. Diventare persone concrete. Dinamiche. Persone che sanno dove sta il punto di corda dei propri sogni, che non guardano davanti alla ruota anteriore e sanno benissimo dove stanno andando.
Spero di rivederlo, quel motociclista, in cima al Muraglione.
Magari davanti a un caffè, con i motori che ticchettano raffreddandosi al sole. Gli devo parlare. Non per dargli lezioni di guida — la strada non è una cattedra — ma per chiedergli come sta, di cosa si occupa.
Perché forse, scambiandoci due parole, potremmo imparare cose nuove, vedere tasselli mancanti del nostro quadro.

 

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